PlayStation Store su PS3 e PS Vita, la retromarcia di Sony: social e potere ai videogiocatori

Tra i tanti danni che i social hanno apportato all’umanità in questi anni, bisogna anche rilevare la presenza di alcuni aspetti positivi in termini di semplicità e velocità di comunicazione, avvicinamento sociale mediatico e anche una certa forma di empowerment, che si può verificare a vari livelli. In quest’ultimo aspetto potrebbe rientrare il nuovo potere che gli utenti sembra possano esercitare sulle grandi compagnie, con la possibilità di far sapere, forte e chiaro, il proprio dissenso su certe iniziative controverse come quella che abbiamo visto di recente sulla chiusura del PlayStation Store per PS3 e PS Vita da parte di Sony. La decisione è stata rivista e annullata nel giro di pochi giorni e lo stesso Jim Ryan, CEO di Sony Interactive Entertainment, ha riferito chiaramente nel messaggio di annuncio di ieri che “alla luce di ulteriori riflessioni, è evidente che si trattava di una decisione sbagliata“, cosa emersa in quanto “ci siamo resi conto che molti fan tengono davvero tanto alla possibilità di poter continuare ad acquistare titoli classici per PS3 e PS Vita nell’immediato futuro”.

È chiaro che tale retromarcia sia stata spinta dalla volontà di evitare un potenziale danno d’immagine derivante dal proseguire su una scelta considerata negativa da molti utenti, anche se sul piano generale del business Sony è probabile che avesse senso. La “minoranza rumorosa” (perché una minoranza probabilmente è, sugli oltre 100 milioni di utenti PlayStation attivi) ha avuto ragione, supportata a dire il vero anche da una minuziosa copertura da parte di media e stampa di settore, facendo valere le proprie giuste ragioni. Una cosa che fino a un po’ di anni fa sarebbe stata semplicemente impossibile: senza una comunicazione bidirezionale come quella che abbiamo di recente su internet, le decisioni prese dall’alto ricadevano inesorabilmente su tutti senza possibilità di appello. Una situazione simile l’abbiamo vista un paio di mesi fa con Microsoft e la sua scellerata idea di raddoppiare il costo dell’abbonamento Xbox Live Gold annuale: la strategia aveva forse il senso di spingere l’utenza in massa su Xbox Game Pass Ultimate, considerata già la scelta più conveniente per i servizi Xbox, ma una forzatura del genere non poteva passare inosservata.

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La protesta si è levata forte e chiara, anche in questo caso supportata da buona parte della stampa di settore, portando Microsoft a cambiare idea nel giro di poche ore, cancellando l’aumento di prezzo e aggiungendo anche l’eliminazione della necessità dell’abbonamento Gold per i titoli free-to-play. I social media sono uno strumento potete e anche questi esempi lo dimostrano: cose frivole come possono essere i videogiochi rispetto a denunce ben più importanti e significative che possono avvenire attraverso questi canali, ma anche per quanto riguarda questo ambiente hanno portato a un cambiamento importante. Qualcosa del genere l’avevamo già visto anche in occasione delle micro-transazioni di Star Wars: Battlefront 2 e l’ondata di protesta anche in quel caso, al di là di modifiche forse poco significative nell’immediato, ha portato indubbiamente una maggiore sensibilizzazione sull’argomento, spingendo i publisher a non premere troppo su questo aspetto, sebbene il processo sia ancora lungo da affrontare, vista la complessità dell’argomento. In ogni caso, questi sono i momenti in cui la discussione sui social media trascende da chiacchiericcio a interessante “rumore”, in grado di dare un feedback chiaro alle grandi compagnie.

Non ci illudiamo che questo possa portare a una democratizzazione delle scelte di business, perché questo è impossibile che accada considerando che si parla di aziende multinazionali e non di ONLUS, ma quantomeno è possibile fornire feedback in direzioni precise. È peraltro una cosa ben diversa dalle pressioni che questi metodi possono portare sul fronte creativo, la cui valutazione è ben più complessa: nei videogiochi abbiamo visto ondate di protesta portare alla modifica del finale di Mass Effect 3 per esempio, uno strano fenomeno social che ha preceduto di anni il caso Snyder’s Cut a dimostrazione di come la community videoludica possa essere un’interessante fucina di nuove tendenze. Il forzare la mano da parte del pubblico sulla volontà creativa e l’espressione artistica rimane qualcosa di controverso è più difficile da valutare, visto che sotto molti aspetti appare come un’assurdità, ma la protesta fondata su buone basi contro decisioni che si basano esclusivamente sul profitto di pochi a discapito dei molti è buona e giusta e ci auguriamo che continui ad emergere in futuro, quando necessario.

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