Il piano Draghi: Colao, Brunetta, Giorgetti, Cingolani

Mario Draghi ha appena nominato i ministri del Governo con il quale andrà nei prossimi giorni a chiedere la fiducia in Parlamento. Tra questi ne vogliamo sottolineare quattro in modo particolare, poiché centrali nell’innovazione del Paese in questa fase critica di rilancio e di investimento con i fondi NextGenerationEU:

Vittorio Colao

Il nome di Vittorio Colao è un innesto particolarmente significativo poiché il suo semplice nome è di fatto già emblema di quello che sarà il progetto governativo. Il famigerato “Piano Colao” rappresenta infatti la pietra miliare di quello che sicuramente sarà il progetto di rilancio in Italia, facendo leva su startup, pagamenti cashless e smart working, ma anche e soprattutto con un impegno extra sulla banda ultralarga.

I piani di Colao sono tutto fuorché taciti: Colao lavora ai progetti governativi già da tempo, affiancando il Conte-Bis sul fronte delle task force in cerca delle giuste ricette per tirare fuori l’Italia dai problemi del pantano economico post-pandemia. Per avere una anticipazione su quel che sarà il progetto del neo-ministro per l’Innovazione potrà cercare chiare tracce operative all’interno del rapporto “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022” (pdf) redatto dal “comitato di esperti in materia economica e sociale”. Facevano parte di questo comitato sia Colao che Cingolani, due nomi che passano così dall’essere i vituperati attori delle task force al diventare protagonisti di due dicasteri chiave nel nuovo esecutivo.

Alla luce del molto materiale sul piatto sarà forse poco utile tentare di capire cosa vorrà fare Vittorio Colao dei dossier lasciati aperti da Paola Pisano: il primo obiettivo sarà andare oltre, perché l’innovazione – mai come oggi – sarà al centro dell’agenda di Governo.

Renato Brunetta

Il nome di Renato Brunetta alla Pubblica Amministrazione rappresenta, al tempo stesso, sia una conferma che una sorpresa.

La conferma è legata al fatto che Brunetta ha già presieduto in passato questo ministero (2008-2011), conoscendolo quindi probabilmente più di molti altri: prende il posto di Fabiana Dadone, al quale va il merito di aver intrapreso forti cambiamenti in un anno di gravi difficoltà e che per questo motivo è stata premiata comunque con una conferma al Governo.

La sorpresa sta nel fatto che a suo tempo Brunetta scommise tutto su trasparenza e valutazioni (son passate alla storia le “faccine” con cui era possibile giudicare il servizio erogato), ma non brillò in termini di vera innovazione. Non era tuttavia certo tutta colpa di Brunetta se è vero che gli anni successivi, quando il potenziale era ancora più alto e il ritardo ancora più grave, i passi avanti nella digitalizzazione hanno continuato a mancare e solo negli ultimi anni la necessità ha iniziato a diventare virtù. Troppo poco e troppo tardi, si potrebbe dire: per Brunetta una buona occasione per dimostrare di poter combattere contro i “fannulloni” digitalizzandone i compiti a tutto vantaggio della PA e dei servizi ai cittadini.

Giancarlo Giorgetti

Il ruolo di Giancarlo Giorgetti nel nuovo esecutivo è fortemente politico, ma ha un ruolo tutt’altro che secondario: rappresenta la Lega, passando però per il versante più moderato e conciliante rispetto ai chiaroscuri dettati dal “Capitano” Salvini nelle ultime settimane. A Giorgetti va in mano un ministero di grande importanza proprio per il supporto delle aziende. Draghi ha chiarito come intenda improntare il proprio Governo non su politiche dei sussidi a fondo perduto, ma con interventi di stimolo che possano davvero incentivare il lavoro di chi vuole crescere e investire. Per certi versi Draghi ha fatto eco a Mario Monti, il quale con una espressione meno felice ha detto la stessa cosa da un’altra spigolatura: le aziende che non possono farcela vanno accompagnate all’uscita, mentre le risorse andranno concentrate sulle altre.

Il ruolo di Giorgetti in tutto ciò sarà centrale, quindi, e la scelta di Draghi non può che essere un attestato di fiducia di fronte ad una missione sulla quale non può non esserci intesa di fondo.

Roberto Cingolani

Il “super ministero” della Transizione Ecologica richiesto da Beppe Grillo va nelle mani di un fisico, proveniente dal gruppo Leonardo ed esperto di robotica. Un super-tecnico, quindi, al quale Mario Draghi ha esplicitato anche una importante delega specifica in termini di gestione delle politiche energetiche. Ma cosa c’è esattamente nella filosofia di Roberto Cingolani? Il suo pensiero è perfettamente riassunto in questo passaggio che lo stesso Cingolani ha affidato esattamente un anno fa al sito Eni, dunque su un riferimento particolarmente significativo per le politiche energetiche del Paese. Da leggere tutto d’un fiato:

Abbiamo l’idroelettrico che è bellissimo, però non basta per tutti; il carbone e simili sono molto inquinanti; sul nucleare abbiamo visto che ci sono diversi veti di varia natura; l’eolico ha limiti di ingombro, ha problemi se c’è vento o no, non si può mettere ovunque e, come il fotovoltaico, non è immune da impatto ambientale (a lungo andare si riempirebbe il pianeta di silicio e metallo). In questo momento il gas è uno dei mali minori: nel medio e lungo termine la risorsa più sostenibile, ma crea problemi per le infrastrutture e anche le tecnologie di trivellazione sono oggetto di molte discussioni. Se vogliamo continuare a crescere in un certo modo dobbiamo trovare soluzioni tecnologiche, ma anche sociali che ci consentano di avere più forme di energia integrate. Le rinnovabili sono le energie meno impattanti ma bisogna fare investimenti e non risolvono tutti i problemi, soprattutto non sono utilizzabili in maniera continua come vogliamo e dove vogliamo. Un esempio in questo senso è rappresentato dal settore automotive. Oggi le nostre auto vanno a carburante fossile e in generale un litro (o un kg) di benzina produce intorno a 2000 W/h. So che se metto un certo numero di litri nella macchina ho un certo numero di watt per unità di tempo che sono garantiti, guidando in maniera efficace ho una certa quantità di energia da utilizzare.

Le batterie oggi hanno una produzione di circa 150-200 W per kg/h, per cui oggi una batteria accumula un decimo dell’energia accumulata in un litro di benzina. È ovvio che se voglio avere prestazioni simili devo caricare molti chili di batterie nella mia auto rendendola estremamente pesante. L’efficienza quindi non è molto elevata. Il sogno sarebbe di portare la batteria ad essere un accumulatore molto più efficace, non a livello della benzina, ma almeno 500-1000 W per ogni kg/h. La tecnologia migliora costantemente le batterie: noi assistiamo costantemente ad un aumento della capacità di accumulo e nello stesso tempo cresce l’autonomia delle automobili. Ma siamo lontani dall’autonomia dei veicoli a benzina. Inoltre abbiamo un’altra limitazione importante: serve un’infrastruttura di ricarica (come i benzinai), da trovare ogni 30 km. Ma a differenza dei benzinai dove il pieno si fa in un minuto, la ricarica della batteria può portare via 40 minuti. Ora immaginiamo in un giorno di traffico di punta: con 10 auto davanti a fare benzina ho dieci minuti di attesa; alla ricarica dovrei aspettare 400 minuti. Dobbiamo quindi costruire batterie che permettano cicli di ricarica molto rapida, quindi un’ulteriore sfida tecnologica, una sfida nella sfida: batterie con più capacità e con possibilità di ricarica molto veloce. Infine batterie in grado di sostenere migliaia di cicli di carica e scarica senza perdere capacità. I colossi dell’industria ci stanno lavorando ma siamo ancora lontani. Nel frattempo si è trovata una soluzione ibrida: mettere batterie che forniscono una certa autonomia soprattutto in città (molto importante perché con lo stop and go del motore termico si produce molto inquinamento), accoppiato ad un motore che su strada può dare le prestazioni e l’autonomia dal carburante.

È il classico esempio di compromesso fino a quando la tecnologia non risolverà tutto. Un compromesso che deve gestire sorgenti diverse, elettrica e combustibile termica, e le deve armonizzare. Mi pare si stia andando in questa direzione in attesa che vengano migliorate le batterie e costruite le infrastrutture sia all’esterno che aumentando i kW a disposizione nelle case per la ricarica notturna.

C’è un elemento comune che sembra legare tutti e quattro gli incarichi: si tratta di persone già ampiamente “sul pezzo”, pronte ad entrare in immediata operatività, dotati della competenza necessaria sia sul fattore tecnico che per quanto concernente l’ambiente in cui andranno a muoversi. Il piano Draghi, insomma, prevede una macchina pronta immediatamente ad agire, a lasciare il segno senza perdite di tempo e a dettare priorità che il Paese possa scrivere nel documento da depositare alla Commissione Europea.

L’uomo del “whatever it takes” non ha tempo da perdere e la squadra di Governo selezionata risponde anche e soprattutto a questa esigenza.

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