#DAZNout: il passato non aiuta, il futuro spaventa

DAZN ancora non ha parlato. Né può farlo, schiacciata tra l’hashtag #daznout ed i rumor che il Sole24Ore ha svelato a proposito delle intenzioni del gruppo a proposito delle limitazioni sui propri abbonamenti. Un silenzio che non potrà durare a lungo, soprattutto in virtù del fatto che le fonti indicano la possibilità di una imminente comunicazione agli abbonati per comunicare le variazioni contrattuali previste.

Tutto ruota attorno al punto 8.3 delle condizioni di utilizzo del servizio:

L’abbonamento dà diritto all’utilizzo del Servizio DAZN su un massimo di due (2) dispositivi contemporaneamente. Ai sensi del precedente Articolo 8.1.2, l’utente accetta che i dati di login siano unici per lo stesso e non possano essere condivisi con altri. Tali dati potranno essere modificati in qualsiasi momento visitando il nostro sito web e cliccando sulla pagina “Il mio Account”.

Si tratta di una regola già sufficientemente chiara, così come ampiamente disattesa (dovranno ammetterlo anche i fruitori dell’hashtag #daznout). Ogni account, infatti, consente di registrare fino a 4 dispositivi, due dei quali hanno la possibilità di connettersi contemporaneamente. Questo aspetto ha portato però ad una deviazione rispetto agli intenti iniziali: quello che doveva essere un margine di libertà casalingo, è diventato un margine di evasione con condivisione di abbonamenti tra amici (e non) al fine di smezzare il costo.

La reazione degli utenti è stata repentina, in virtù di un doppio tassello che non volge a favore di DAZN: da una parte v’è un passato che non aiuta, con il brand impegnato per mesi a diluire le polemiche relative alla scarsa qualità delle trasmissioni; dall’altra v’è un futuro che spaventa, perché il servizio ha raggiunto costi e possibilità di fruizione tali da abbatterne la percezione del rapporto qualità/prezzo. Di fronte all’ennesimo sussulto, la reazione dei clienti è pertanto inevitabile.

La mossa di DAZN ha una sua logica, frutto di necessità contingenti legate al modello di business del servizio. Ma tutto ciò deve fare i conti con la realtà dei fatti: un servizio che ha mostrato gravi (ma decrescenti) lacune tecniche, ora va a togliere all’utenza quei diritti promessi ad inizio campionato quando era ora di accaparrarsi gli abbonamenti stagionali. Ogni promessa è debito e gli utenti, pur se debitori di 29,99 euro al mese (o 19,99 euro per i primi abbonati) si sentono in credito nei confronti del brand a cui hanno comunque dato fin qui incondizionata fiducia nonostante tutto.

Insomma: uno studente non potrebbe utilizzare l’abbonamento di casa e guardare una partita mentre la guardano i propri genitori, ma sarebbe costretto ad un abbonamento ulteriore. Di fronte a questo orizzonte, la polemica è immediatamente esplosa e forse non tanto per il caso in sé, quanto per la mancata libertà di poter fruire davvero cosa si vuole quando si vuole, come da promesse iniziali.

Dispositivi contemporanei

Tra i tweet di queste ore è ricorrente il testo utilizzato a inizio campionato per attirare gli utenti: “Con un’unica sottoscrizione, inoltre, DAZN praticamente si sdoppia: potrai guardare due contenuti – uguali o differenti – allo stesso momento e su due dispositivi diversi. Nessun vincolo, solo la passione per lo sport ad unire stanze, città, regioni e persone diverse“. Un boomerang che sta tornando indietro.

La mossa di DAZN era stata annunciata anche da altri gruppi, i quali hanno però in seguito fatto marcia indietro: Netflix e Disney+, ad esempio, già hanno rinviato ogni velleità in tal senso e oggi mettono a disposizione più dispositivi in contemporanea per servire al meglio i desiderata di genitori e figli anche al netto delle perdite legate alla pirateria.

Ecco così spuntare le vedove di Sky, servizio contro il quale negli anni si è scagliata la protesta di quanti vedevano nel satellitare la rovina del calcio e che ora vedono in Sky la liberazione dai costi di DAZN. Eppure Sky non offriva certo un servizio streaming tra i più efficaci, né costi particolarmente convenienti. Meno edulcoranti gli appelli al pezzotto, invece: la pirateria non è una soluzione, ma un male ulteriore che erode risorse all’intero sistema.

La Lega Calcio, nel frattempo, flirta con DAZN, con la quale ha ormai stretti interessi comuni. Il servizio è stato morbidamente attaccato e strenuamente difeso, con il fine ultimo di concedere tempo alla piattaforma che (pur se tra profonde spaccature interne) le squadre di Serie A hanno voluto. Ora indietro non si torna e in qualche modo bisogna portare al traguardo questa sperimentazione della durata teorica di tre anni.

Il mercato a volte fa giri immensi, ma in questa dialettica tra domanda ed offerta si profila sullo sfondo quello che potrebbe essere il futuro del settore: in streaming, sicuramente, ma con abbonamenti di varia declinazione, di maggior granularità e con possibilità di condivisione familiare facilitata. Questo chiede l’utenza, questo vorrebbe monetizzare l’offerta. Il problema per entrambi è l’urgenza di un cambiamento che non ha ancora trovato baricentro su un modello di business solido, ma ci si arriverà a furia di hashtag e di silenzi. Come quelli di queste ore, in attesa della comunicazione ufficiale con la quale DAZN metterà le carte in tavola.

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